Writings

Chiamatemi Gianfranco. Io sono artista, sono ciò che sono, sono ciò che ho vissuto e ciò che ho conosciuto, così io sono Oudeis, Omero e Dante e Joyce e Walcott, così io sono Xamul di Altamira e Ahaid di Tebe e Lunu di Mont'e Prama, sono Brunelleschi, Gehry, Mantegna, Michelangelo, Raffaello e Caravaggio e anche El Greco, Bernini, Rodin, io sono Van Eyck e Grunewald, io sono Picasso, Pollock e Klee e Kandinskij e Schifano, sono Rothko, Duchamp e De Koonig e Magritte, io sono anche tanti altri mille, sono il passato e il presente.
Il futuro saranno altri e il caso.

©2021 Gianfranco Angioni
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AL SEMAFORO

È mattino, sono in una lunga coda al semaforo. Mi guardo attorno e, poco lontano, le vedo. Sono due ragazze, giovani e molto belle, una in jeans e bomber, l’altra in gonna e giaccone. Sono abbracciate e si baciano in bocca. Poi si separano e si avviano, una all’ingresso della metropolitana e l’altra verso la fermata del bus. Il semaforo diviene verde e ripartendo le vedo che si voltano e si salutano ancora. Paiono felici.

 

©2021 Gianfranco Angioni

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Il pappagallo
Due coniugi su una barca a vela. Con loro c’era un pappagallo nella sua gabbia, l’avevano ricevuto in affido assieme all’imbarcazione su quell’isola greca, era un bell'esemplare e accettava la navigazione. L'avevano chiamato Prada per i suoi colori: aveva il corpo grigio medio e le ali, due moncherini senza penne che gli erano state malamente accorciate, erano grigio scuro, la coda era rosso granata e le zampe e il becco erano neri. La gabbia stava in un posto all’ombra nel pozzetto della barca. Ad osservarlo si capiva subito che il pappagallo soffriva a vivere in quella gabbia di sottili fili e barrette metalliche saldate. Era un ambiente chiaramente troppo piccolo per lui, lo sarebbe stato anche per un canarino, ma in barca lo spazio era prezioso e non si poteva certo avere una voliera. I suoi comportamenti da essere stressato raggiungevano il parossismo quando si appendeva col becco a una barra in alto nella gabbia e, aggrappandosi con le zampe alle barrette laterali, faceva una specie di giro della morte lungo il perimetro della gabbia, quasi come una motocicletta che gira all’interno di un grosso tamburo di legno, per il giro della morte, appunto. Terminata questa rotazione, si distaccava e risaliva sul piccolo trespolo posto sul fondo. Poi si afferrava ad una barretta laterale e col becco cercava di svellerla dal suo supporto, ma non ci riusciva e allora si dedicava a una barretta che era riuscito a rimuovere, la scostava e da quell'apertura portava la testa fuori dalla gabbia, poi la riportava indietro e col becco la rimetteva a posto. Un'altra sua occupazione era di fare esercizio sulle zampe, su e giù sul trespolo e poi giro della morte attorno al trespolo con le zampe serrate su esso, la testa in questi giri a volte andava a strisciare o sul fondo della gabbia o alla sommità della stessa. Durante quest'esercizio teneva le ali mozze semiaperte, quasi a voler bilanciare il movimento rotatorio. A volte faceva pensare che cercasse, in qualche modo, di spiccare il volo, ma invano. Triste situazione la sua, la bestiola ti guardava con gli occhi gialli e intanto si esercitava ad emettere versi, fischi, gorgoglii, schiocchi con la lingua e altri rumori. Di notte gli coprivano la gabbia con un telo e lui stava in silenzio. Ma non si fermava, ogni tanto si sentiva il rumore che faceva aprendo i semi di girasole col becco. Il pappagallo eseguiva in modo ripetitivo le sue azioni, quasi frutto d'intelligenza. A volerle paragonare ad azioni umane si sarebbero dette dei rituali o delle prove d'evasione. Lui ci provava a fuggire da quella situazione che gli arrecava solo stress, ma anche se fosse riuscito a liberarsi, avrebbe forse potuto approfittare della sua libertà? Avrebbe saputo metterla a frutto? Forse no. Molto facilmente, senza ali sarebbe stato facile preda dei tanti gatti che popolavano l’isola. Nei primi tempi ogni tanto si fermavano ad osservarlo, trovavano molto divertenti quelle esibizioni, stavano lì dei minuti, ridevano. Poi pensavano ad altro e quella situazione di sofferenza diventava prassi, uno stato normale e il pappagallo, per loro, perdeva d'interesse. Forse non afferravano il concetto che quel povero animale, nato per volare, fosse prigioniero, non potesse essere se stesso pur nel suo stato animale, impedito a comportarsi come la sua natura richiederebbe di fare. Il pappagallo intuiva, sapeva, che al di fuori della gabbia c’era un altro mondo, che forse era il suo, uno spazio da esplorare e dove poter vivere.

Il suo stato di costrizione, il suo agire ossessivo, richiama quello di persone che non possono essere se stesse, loro malgrado. Esseri che cercano di fuggire dalla prigione dove si trovano, per scelta o per casualità o per il loro destino. Tante persone, a potere osservare quelle azioni del pappagallo, magari provano interesse, ma solo nei primi tempi, dopo non più. Forse non collegano la situazione del volatile a quella che può essere la loro. Forse nella ricerca di una loro libertà sono riusciti a svellere in qualche modo alcune sbarre della propria personalità, della gabbia dove stanno rinchiusi. Hanno provato a fuggire, per poi tornare e riprendere a compiere azioni ripetitive, proprio come Prada, e hanno ripreso con dei soliti comportamenti illudendosi che delle evasioni avrebbero potuto raggiungere un fine, quando invece erano state solo delle parentesi. Non erano riusciti a togliere altre sbarre per conquistarsi una libertà vera e ultima, quella che li avrebbe affrancati da se stessi.

Così continuano a vivere assieme ai propri compagni, a fare vacanze assieme, stancamente. E non si lasciano.

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ARTE E ZEN

- Articolo pubblicato a Maggio 2021 su www.galleriamilanese.com

 

Satori, un termine che, per chi non conosce lo zen, può essere inteso solamente come un termine giapponese, ma cosa può significare per un artista?

Ecco: per esso, il mezzo per l’artista è solamente un tramite perché la sua coscienza si accordi in modo armonioso con l’inconscio.

Per un maestro zen, la conoscenza tecnica, una delle basi per essere definiti artisti, non basta, anzi, essa deve essere superata perché l’artista e la sua opera diventino un tutt’uno.

L’artista deve essere inconsapevole di creare qualcosa, il suo agire e i risultati che ottiene devono andare oltre il suo stesso essere, in questo modo artista e opera risultano essere non artista e non opera, al tempo stesso l’artista è il divenire e il divenire è l’artista.

Perché l’opera che ottiene è in lui, senza che ne abbia coscienza, così le sue opere migliori si compiono e si rivelano quando egli non calcola e non pensa.

Una lunga pratica può portarlo ad avere tanta padronanza del mezzo tecnico e se accade, ciò che ha appreso non esiste più in quanto tale, ma diviene suo patrimonio personale, allora agisce in un certo modo perché le sue conoscenze sono metabolizzate e così non ha più coscienza di quanto vuole ottenere, vuole solo dipingere o scolpire o effettuare una performance.

 

L’arte, per chi la pratica in tal modo, è un rito che attinge a risorse nascoste, della cui esistenza l’artista è spesso ignorante, ma sono risorse che lo spingono ad agire, ad operare in un certo modo che lo porteranno, infine, alla perfezione e a migliorare se stesso.

 

Quasi un’esperienza mistica.

 

 

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